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Giuliano Colombo mi ha inviato questa riflessione filosofica sulle conseguenze della condotta umana quando non è ispirata dalla moderazione, che pubblico volentieri.

Martedì sera alla TV ho seguito il collegamento di Ballarò con la redazione torinese del quotidiano “La Stampa”. Mario Calabresi ha accompagnato Domenico Quirico nel collegamento con Giovanni Floris. Quirico è il giornalista che è stato rapito e imprigionato in Siria da banditi e poi fortunatamente liberato.
Ho ascoltato quanto ha raccontato e le sue riflessioni sull’odio e sull’avidità definita come il più terribile e dannoso dei difetti dell’umanità. In effetti, l’avidità dell’uomo, è all’origine di quanto più terribile e brutto possa esiste: guerre, fame, violenze, ingiustizie e tanto ancora.
Ho sempre pensato che questo mondo sia vittima dell’avidità, delle ingiustizie e delle brutture che produce. Che l’ingiusta situazione sociale ed economica di oggi sia il risultato di un modo avido di interpretare la vita.
Non ho mai sopportato le persone avide, ho sempre pensato che sono persone vuote che non hanno nulla da dare.
Non mi è mai piaciuto chi non è capace di rinunce, chi non rinuncia mai e chi finge di sacrificarsi quando sono gli altri a farlo.
Nemmeno chi si mette al servizio della comunità e lo fa solo con lauto riconoscimento.
Non mi piace chi deride e sminuisce chi offre la sua rinuncia e si sacrifica e nemmeno quelli che avendo una memoria labile, troppo in fretta dimenticano che quello che hanno è frutto del lavoro altrui.
Mi piace invece richiamare alla memoria la lista che scrisse Mohandas Karamachand Gandhi dei sette più dannosi peccati sociali e rifletterci: ricchezza senza lavoro, piacere senza coscienza, scienza senza umanità, conoscenza senza carattere, politica senza principi, commercio senza moralità, culto senza sacrificio.

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