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I plagi sono come le ciliegie, l’uno tira l’altro. E già, perché lo storico Mario Comincini segnala un’ulteriore violazione del copyright della vicesindaca Annamaria Garofalo. Stavolta per ironia della sorte il plagio riguarda un libro pubblicato dal Comune nel 1999 quando alla guida del municipio c’era l’attuale sindaco Marco Re. Uno scenario davvero beffardo, ma tant’è quando non si vuole prendere atto della realtà. E in questa nota, che ricevo dallo storico e pubblico, viene dato conto dell’ennesimo plagio proprio alla vigilia del consiglio comunale (lunedì 19), in cui si discuterà la mozione dell’opposizione che chiede al primo cittadino di revocare le deleghe alla vicesindaca. Come si comporteranno sindaco e maggioranza, anche alla luce di quest’ultimo episodio?

19° Capitolo della Sedrianeide

La vittima del nuovo plagio? Ancora il Comune. Finora ogni testo storico di Garofalo preso in esame è risultato essere un plagio, cioè riconducibile a qualcun altro. È stato accertato per libri editi dal Comune e dalla parrocchia di Sedriano e anche per una voce di Wikipedia. Curioso plagio in quest’ultimo caso, perché c’è chi copia dalla rete e incolla in un libro e chi copia da un libro e incolla in rete: rubo soldi qui per spenderli là. Ma il ‘corto circuito’ dalla rete alla rete sembrerebbe il colpo di genio di un controintuitivo, che ti spiazza con un ragionamento contrario a quello che faresti per istinto. 

Adesso è la volta di un altro libro, pubblicato dal Comune di Sedriano nel 1999 per iniziativa del sindaco Marco Re. È intitolato: “Il Piccolo grande libro di Sedriano. La nostra storia” ed autrice è Simonetta Olivares.

Un libro pericoloso e costoso. La scrittura di Olivares è un po’ simile a quella di Garofalo. A parte il pessimo rapporto con gli apostrofi (“un epoca”, “un ulteriore specifica”) e con gli accenti (“fece si”, “far si”, “di per se”), totale è la libertà che l’autrice si permette nella concordanza soggetto-verbo. Per gli esempi che seguono è opportuno che metta tra parentesi la forma giusta per scioltezza di lettura: 

“Fu (furono) lo scarso utilizzo e la tenue convenienza”; “Il dominio civile e il godimento naturale dei beni era (erano); “Doveva essere affidata (Dovevano essere affidate) a persone idonee la custodia e la conduzione dei carri”. Al contrario invece: “Tra le necessità più urgenti vi furono (vi fu) la realizzazione di una nuova scuola e di un nuovo camposanto”. C’è persino il caso di tre soggetti col verbo al singolare: ”La conservazione e l’amministrazione del patrimonio e la vigilanza della giustizia era gestita (erano gestite)”. Altri esempi a richiesta.

Un impegno per chi impara a scrivere, come è ben noto alle insegnanti delle scuole primarie di primo e secondo grado, è l’uso corretto del congiuntivo. Ecco una breve rassegna tratta dal libro di Olivares: “Sebbene le differenze tra i derivati da uno stesso ceppo sono (siano) spesso minime”; “Nonostante vennero (venissero) concessi sia il sussidio sia il mutuo”; “È curioso osservare come la struttura delle aperture è (sia) giunta immutata”. Altri esempi a richiesta.

All’epoca il sindaco Marco Re e l’assessore alla Cultura Fausto Carrettoni lessero senza scomporsi, senza guardarsi in faccia, si complimentarono con l’autrice e sulla prima pagina del libro ne lodarono il “linguaggio comunicativo”, trattandosi di un’opera “piacevole alla lettura e comprensibile nei termini”, tanto da elevarla a “strumento didattico che consegniamo volentieri agli insegnanti delle nostre scuole, consapevoli dell’importante contributo che può rappresentare”.

Il lettore in attesa che io arrivi a Garofalo porti ancora un po’ di pazienza, perché di questo linguaggio “piacevole e comprensibile” vorrei fornire qualche esempio dagli esiti surreali. C’è infatti un ampio florilegio di frasi oscure, che talvolta diventano involontariamente comiche per dettagli evidenziati in corsivo: “La sconfitta dei piemontesi sulle truppe asburgiche” nel 1848: per fortuna le reminiscenze della scuola media ci aiutano a capire che furono gli asburgici a prevalere sulle truppe piemontesi; “Il cappellano svolgeva le messe”, per dire che le celebrava; “Per le vie di Milano era un seguirsi di carri”, per susseguirsi. E poi c’è un passaggio proprietario che diventa un uomo: “I primi quattro passaggi proprietari sono avvenuti per via ereditaria mentre il Bauer lo divenne per acquisto”, cioè il Bauer divenne un passaggio proprietario.

È questo che, secondo il sindaco Re, i ragazzi dovrebbero imparare a scuola? Da un libro così pericoloso? Siete increduli? Allora leggete attentamente l’inizio della presentazione firmata da Re e Carrettoni e niente vi potrà meravigliare di più in un testo di storia:

«Con la pubblicazione di questo libro si completa l’impostazione del progetto orientato al recupero delle radici storiche del nostro paese. Un progetto coraggioso, che ha volutamente superato gli schemi rigidi di un approfondimento specialistico per addetti ai lavori, per calarsi in un linguaggio comunicativo. A loro è infatti principalmente rivolto, perché sappiano riscoprire la sana curiosità di conoscere il proprio passato”.

Cosa si capisce? Che il libro non è per gli addetti ai lavori e che tuttavia è rivolto soprattutto a loro: rileggere per credere. In effetti si è andati dove l’approfondimento specialistico e gli addetti ai lavori non vorrebbero mai arrivare.

È ovvio quindi che se si vuole utilizzare questo libro – costato, secondo la stampa del tempo, 70 milioni  di lire insieme a cinque fascicoletti di fumetti per circa 70 pagine complessive – bisogna essere consapevoli che ci si sta muovendo su un campo minato, anche perché il contenuto storico non è meno pericoloso. Per esempio l’autrice si avventura nella traduzione di espressioni latine, ma “dominus” (signore) diventa un “tal Donino”, orti diventano castelli e c’è chi la sepoltura non la sceglie ma la allega perché “ellego [scelgo, da: eligo] sepoltura al mio cadavere” diventa “Allego sepoltura al mio cadavere”. E qui mi fermo riguardo ai contenuti, ma con un’osservazione: si è pronti a fare i conti per altri libri, ma per questo non si valuta il rapporto tra costi e benefici non solo economici?

Incoscienza e sicumera. Questa lunga premessa era indispensabile per capire come ha lavorato Garofalo in questo nuovo caso di illecito da copyright. Ha preso qualche pagina del libro di Olivares e ha confezionato un capitolo della sua “Storia Sedrianese” riguardante il paese dopo l’Unità d’Italia, lo ha messo in rete il 27 febbraio 2021 e lo ha levato il 23 novembre 2022, giorno in cui è arrivata in Comune la lettera della Prefettura. Quindi non si può più leggerlo in rete, ma l’equivalente è a p. 140 e seguenti del libro di Olivares. La puntata rimossa è comunque disponibile per chiunque.

Incapace di muoversi sul campo minato, cioè di rilevare gli svarioni di ogni genere nei testi di Olivares, la delegata all’Istruzione li recepisce passivamente. Anche qui solo tre casi, per non farla lunga:

– Olivares è assolutamente convinta che “beneficenza” richieda due i, “beneficienza”, tanto da scriverlo cinque volte, persino in un titolo. E Garofalo una volta ci cade anche lei: “La gestione di istituti di beneficienza”.

– Olivares scrive: “Ora le possibilità offerte dai nuovi mezzi di trasporto e soprattutto il nuovo spirito che anima la gente, porta a radicali trasformazioni nelle abitudini e stili di vita”. Tanto per non avere un testo identico, Garofalo apporta una delle sue minuscole e inutili modifiche: da porta a porterà. Ma non si accorge di una mina che qui facciamo brillare e cioè una discordanza soggetto-verbo, non porta ma portano, e quindi anche il suo nuovo porterà, invece di porteranno, è sbagliato.

– Olivares scrive: “Più volte, nel nostro cammino lungo la storia di Sedriano, abbiamo citato l’esistenza di legati testamentari che destinavano ai poveri del paese sussidi ed elargizioni”. Garofalo scrive: “Più volte, raccontando di Sedriano, abbiamo citato l’esistenza di legati testamentari, sussidi ed elargizioni per i poveri”. Se non si conoscesse il testo di Olivares, con quel “più volte” sembra che Garofalo alluda a quanto da lei scritto in precedenti occasioni, ma nella puntata in esame non c’è nulla in proposito e quindi delle due l’una: o Garofalo non si è accorta che la frase di Olivares nel proprio testo non ha senso, oppure si tratta di un’involontaria un’autodenuncia, da parte della vicesindaca, di un plagio presente in una delle puntate della “Storia Sedrianese” ancora top secret, cioè altri brani di Olivares sull’argomento che quindi poi entrambe le autrici possono richiamare più avanti all’attenzione dei rispettivi lettori.

  

Perché è un altro caso di violazione di copyright. Nella puntata di Garofalo che si sta esaminando non c’è una sola riga di testo che fornisca un dato storico inedito, cioè non ripreso da Olivares. Eppure la puntata si conclude con questo sorprendente richiamo alle fonti: «Alcune informazioni sono tratte dal “piccolo grande libro di Sedriano”». Alcune!? Tutti i dati storici, ripeto, vengono da lì. E quindi si tratta dell’ennesima violazione del copyright, riprendendo persino degli errori. 

Un pignolo potrebbe obiettare: c’è però un’ammissione, per quanto parziale, di aver preso da Olivares. Ma l’avvertenza, siccome non corrisponde alla realtà dei fatti, è messa lì per indurre il lettore a convincersi che la gran parte del testo sia un’elaborazione originale con l’impiego di fonti inedite, ad eccezione appunto di poche (“alcune informazioni”).

Cerchiamo di capirci bene. Garofalo cita, ma citare è “prelevare” un brano da un testo altrui per aggiungervi qualcosa di nuovo, per aggiornarlo, per contraddirlo, per argomentare un contesto più ampio. Se uso un testo altrui solo per ripetere quanto vi si dice, copio. Posso prendere da tre libri diversi per dire una quarta cosa nuova, ma non posso fare un libro semplicemente con pezzettini di altri libri senza aggiungere qualcosa di nuovo o anche una diversa interpretazione di fonti già note. 

E non mi salvo se cito la fonte: non posso pubblicare mille copie di un capitolo de “Il nome della rosa” pur dicendo che l’autore è Umberto Eco. Insomma: per non ledere il diritto d’autore di terzi, devo creare un testo in cui sia poi ravvisabile un mio diritto d’autore, essendo frutto di una mia originale creazione intellettuale pur partendo magari da lavori altrui. Ho avuto una controversia con un sedicente storico che ha scritto tre pagine di un libro iniziandole così: “Racconta lo storico Mario Comincini a proposito del commercio sul Naviglio Grande” e poi avanti con tre pagine di un mio libro senza aggiungere niente all’argomento. Questo è copiare e, come nel caso in esame, non ci si salva citando la fonte, né rendendo il discorso da diretto a indiretto, né cambiando qualche parola o saltando qualche frase. Mentre sarebbe stato un citare corretto se avesse scritto: “Comincini afferma che il commercio sul Naviglio Grande iniziò nel Cinquecento”, magari anche riportando brani del mio testo ma per poi dimostrare, con documenti inediti, che quel commercio iniziò invece nel Quattrocento. Tempo fa un dirigente scolastico mi informò che un’insegnante aveva riassunto un mio libro e che intendeva pubblicarlo a nome suo: ovvio che ciò costituisce un illecito.

Non ci sono plagi leciti e plagi illeciti. Non c’è quindi differenza sostanziale tra questo plagio di Garofalo e i precedenti, qui in più c’è solo l’illusione che dichiarando di aver preso qualcosa da Olivares, ma senza precisarlo, si metta tutto il testo al sicuro perché per qualsiasi affermazione contestata Garofalo crede di poter sostenere che corrisponde a una di quelle “informazioni”. Ma è tutto un plagio.

La conseguenza è che, quand’anche Garofalo avesse dichiarato che tutto il proprio testo, proprio tutto e non solo una parte, proveniva da Olivares, essendo il relativo copyright in capo al Comune, come nel mio caso, il Comune stesso si deve attivare per la tutela di tale diritto e la quantificazione del danno. Un argomento in più per giudicare incompleto il parere “pro veritate”. E ovviamente anche questo plagio ha un rilievo penale e con l’aggravante, prevista dalla legge, che per una percentuale di testo, ancorché volutamente indistinguibile, Garofalo ha tolto la paternità a Olivares per intestarsela (“La pena è della reclusione fino a un anno e della multa non inferiore a euro 516 se i reati di cui sopra sono commessi (…) con usurpazione della paternità dell’opera”; art. 171 c. 1a-bis LDA).

E se anche Olivares avesse detto a Garofalo: «Copia pure quanto ti serve e spacciati pure per autrice» avrebbe disposto del proprio diritto morale d’autore, ma rimarrebbe la violazione del copyright in capo al Comune. Una ragione in più, per il sindaco Re, di sentire l’obbligo di chiedere alla Garofalo di rendere disponibili le prime 13 puntate della “Storia Sedrianese”, perché a questo punto sembra molto probabile che, siccome la 14ma puntata corrisponde al testo di Olivares, sia così anche per alcune o tutte le precedenti. Se anche stavolta Garofalo continuasse a intralciare la ricerca della verità con le sue omissioni, si metterebbe di nuovo in conflitto d’interesse col suo Comune: «Mi imputano di non essere collaborativa», si è lamentata Garofalo nell’ultimo Consiglio Comunale ed ecco l’ennesima occasione per smentirmi. E il sindaco, custode dei diritti del Comune anche riguardo al testo di Olivares (promosso da lui stesso!), può continuare a tollerare e anzi a rinnovare tutta la sua fiducia a Garofalo, giunta al quarto plagio? E due sono a danno del Comune di cui è vicesindaca, rimasti in essere da quando ebbe le deleghe da Re all’inizio della nostra vicenda.

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