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Alfredo Celeste
La condanna del sindaco ambrosiano Giuseppe Sala a 6 mesi di reclusione, convertiti in pena pecuniaria di 45.000 euro, per la retrodatazione di due verbali nell’ambito dell’appalto per la piastra dei servizi dell’Expo non ha scatenato la solita riprovazione che viene riservata al reo di turno. Anzi attorno al primo cittadino milanese si è stretta la solidarietà e la comprensione del Partito democratico e anche da altri settori politici. Eppure così non è stato per altri imputati, che poi sono stati scagionati da ogni colpa. Nessuno gli ha chiesto scusa per la gogna che è stata montata. Nessuno si è ricordato che ogni persona sottoposta a procedimento penale debba essere ritenuta innocente sino alla conclusione dell’ultimo grado di giudizio. Niente di niente. Ma solo fango in quantità industriale.

Come a esempio – per stare sul territorio – è accaduto all’ex sindaco Alfredo Celeste, accusato nell’ottobre 2012 di corruzione e posto agli arresti domiciliari, e pienamente assolto nel febbraio 2017 “perché il fatto non sussiste”. La sua vicenda si è poi conclusa definitivamente nel novembre 2017 con la decisione della Procura di non impugnare la sentenza di primo grado che l’aveva assolto dall’imputazione. Tuttavia dal 2012 al 2017 Celeste è stato messo all’indice con manifestazioni, sit-in sotto casa e infamati insinuazioni, alimentate da una selvaggia campagna mediatica. E per di più il municipio è stato commissariato tanto da guadagnarsi la nomea di primo Comune lombardo sciolto per mafia con la conseguenza di deviare il percorso politico-amministrativo.  Nessuno ha recitato il mea culpa. Così vanno le cose quando il giustizialismo a senso unico prende il sopravvento anche davanti all’evidenza. Ma il tempo è galantuomo…

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