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Il 27 gennaio si celebra la “Giornata della memoria”. Il poeta cornaredese Gianfranco Brusasca per l’occasione ha scritto una poesia che Stataleforum volentieri ospita.

Sento forte il dovere di richiamare -affeerma Brusasca– che il 27 gennaio del 1945 fu la data dell¹abbattimento dei cancelli di Auschwitz. Per celebrare questo atto di fine della Shoah, il Parlamento italiano, con la Legge n. 211 del 20 luglio 2000, ha istituito la ricorrenza del “Giorno della Memoria” per ricordare il genocidio, da parte dei nazisti, contro la popolazione ebrea e rendere omaggio a milioni di vittime, nonché a tutti coloro che, a rischio della propria vita, si sono opposti a quel folle progetto di sterminio totale di un popolo. “Giorno della Memoria”, anche per opporci a qualsiasi forma di nuove sopraffazioni e di sottomissioni delle genti da parte di regimi che predicano la schiavitù, anche attraverso ignobili atti di oppressione feroce, financo terroristici, offendendo la materia di cui siamo costituiti, ma, soprattutto, indignando e ferendo mortalmente quel luogo sacro della nostra anima più profonda che è la nostra coscienza.
La forza di questa opposizione morale e civile al crimine mondiale ci viene dall’incontro con lo sguardo doloroso, ancorché mite e buono, di una bambina, un giorno lontano e non ben precisato del mio tempo,ma pur significativo per farmi rivivere un altro tempo ancora più lontano, quello di un giorno di febbraio di quel lontano anno 1945 dove un’altra bambina visse e patì gli ultimi giorni della sua vita di adolescente deportata nel campo di concentramento di Bergen-Belsen nella terra del Bundesland nella Bassa Sassonia.

UN GIORNO

Composizione poetica ispirata da Anna Frank e dedicata a lei, una bambina ebrea tedesca deportata, divenuta scrittrice e simbolo della Shoah per il suo Diario, scritto nel periodo in cui lei e la sua famiglia furono privati della loro libertà dai nazisti e per la quale Anna Frank stessa trovò una tragica morte nel mese di febbraio del 1945 nel campo di concentramento di Bergen-Belsen.

Un giorno una bambina
m’indicò il Cielo e mi disse:
guarda la Luna!
Il Cielo era limpido
d’azzurro e la Luna
mi sembrava una medusa,
piegando verso il Sole.

Solo in quel momento
m’accorsi
che tutto intorno taceva
che i campi
non erano più arati
che le brughiere
erano secche, brutte e sole,

che i miei vecchi erano morti
e la mia casa
sulla collina alta e muta
si era sciolta
che l’utopia é un non luogo
di speranza e di libertà
che il tempo non è
più fatto per pensare

che tutte le crisi sono permanenti
che il Caos
è un bicchiere rotto
nel suo punto più debole
che le carezze
sono anche parole
e la musica è un canto
che l’uomo muore nell’incoscienza
nel breve tempo della Terra
che io sono sperso
errando fra le stelle

mentre gli angeli

sono anche nei computers
che io sono vecchio
e guardo il Vuoto
pieno di sgomento

perchè questa furia

dilania l’Amore
e la musica non è finita
e l’eternità è nell’anima
dell’uomo e che io piangerò,
ancora,
per non strapparmi il cuore.


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