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Giancarlo Lonati

Saranno i giudici a decidere sullo scontro che si è scatenato tra l’ex assessora Simona Tagliani e il sindaco Giancarlo Lonati. Tagliani non ha mai perdonato al primo cittadino i motivi addotti da quest’ultimo per revocarle il mandato assessorile, anzi, a suo giudizio, è andato oltre tanto da diffamarla. Troppo per soprassedere.  La vicenda, al di là delle ragioni della vertenza e del verdetto, offre materia di riflessione sulla legge che regola il potere dei sindaci. Infatti al sindaco è data la facoltà di revocare gli assessori in qualsiasi momento, mentre al capo del governo non è consentito. Uno strapotere incomprensibile. Una stravaganza legislativa che mostra tutti i limiti e nella circostanza anche paradossalità.
Sì, perché Tagliani nelle primarie avendo preso 206 preferenze si era piazzata a pochi voti di distanza da Lonati (220) a conferma che non era una carneade. Poi è stata eletta con 106 preferenze (a ruota di Antonio Di Conza che ne aveva presi 109) a dimostrazione che gode di un certo consenso popolare. Ma essendo stata estromessa dalla giunta è rimasta per così dire a piedi in quanto per assumere l’incarico assessorile si è dovuta dimettere da consigliera comunale. Risultato? Completamente fuori dalla scena politica, pur con un percorso elettorale di primo piano. E obbligata a ripartire dalla prossima legislatura, semmai vuole rientrare in gioco. Una legge che tiene fuori dal consiglio comunale una candidata che prende 106 voti e ammette chi ha raccolto molto meno è davvero giusta? Mettere mano all’incongruenza appare quantomai necessario per non penalizzare troppo chi improvvisamente non gode della fiducia del sindaco, che di fatto esercita un potere illimitato. Ma anche per garantire la piena legittimità del voto, soprattutto quando l’escluso con i suoi consensi ha fatto la differenza è permesso alla lista di appartenenza di vincere.

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