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Sulla vicenda della società U.S. Settimo Milanese calcio, sfrattata dopo 40 anni di gestione della struttura di via Stradascia,  ricevo un’amara riflessione di Alfredo Di Lisa, che si definisce socialista, artigiano della politica e cittadino con la memoria lunga. E già, una storia che solo chi ha la memoria lunga può ricordare e raccontare. Eccola, secondo il punti di vista.

Scusate lo sfogo, ma stavolta non riesco a tacere.
Ho letto la notizia dello sfratto al Settimo Calcio, e ancora prima della notizia, mi è arrivata allo stomaco la mancanza di rispetto. Una roba che ti fa girare la testa e lo stomaco, perché qui non si parla solo di una squadra di calcio, di un impianto, di un contratto.
Qui si parla di un pezzo di cuore di Settimo Milanese.

E sapete chi è il cuore pulsante di questa storia? Alberto Albertani.
Un amico, un compagno, un cittadino come pochi. Uno che non ha mai cercato le luci della ribalta, ma che da trent’anni si è sporcato le mani – letteralmente – per mandare avanti una realtà che ha tenuto centinaia di ragazzi lontani dai guai, vicino allo sport, e in mezzo alla gente.

Albertani faceva le salamelle alla festa, sistemava i campetti quando pioveva, portava i ragazzini a casa quando i genitori non c’erano, faceva da educatore, da motivatore, da psicologo, da fratello maggiore.
Non si è mai tirato indietro. Mai.
E oggi?
Gli si chiudono i cancelli in faccia.
Gli si dice: “Arrivederci, vai a Cornaredo”.
Niente riconoscimento. Niente parola. Niente stretta di mano. Solo un calcio nel sedere.

Io ve lo dico col cuore in mano:
è una vergogna. Una vergogna bella e buona.

Perché una città che non sa dire grazie, che non sa riconoscere chi ha dato tutto senza chiedere niente, è una città che ha perso la bussola.
Una città che preferisce l’ Alcione e i suoi soldi a un uomo, un foglio firmato a una storia vissuta, è una città che ha smarrito la propria anima popolare.

E guardate che Albertani non è un santo, non è un perfettino da salotto buono. È uno di noi: pane, fatica e passione. È uno che ha fatto politica con l’esempio, non con i comunicati. E proprio per questo fa male vederlo trattato come un abusivo da sgomberare.

Mi chiedo:
dove sono finiti i valori della solidarietà? del rispetto? della gratitudine?
Dove sono quelli che parlano tutti i giorni di “giovani”, “sport”, “inclusione”, e poi chiudono la porta in faccia a chi per quei valori ha vissuto ogni giorno?

Io sto con Albertani.
E lo dico forte: questa battaglia non è solo sua. È di tutta quella Settimo che non vuole diventare un municipio senz’anima.
Perché oggi è toccato a lui, ma domani toccherà a tutti noi che crediamo ancora in una comunità fatta di persone, non di procedure.

Chi cancella la memoria viva, prima o poi, resta solo con le scartoffie.

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