Una riflessione del parroco don Danilo Dorini sui cambiamenti sociali che hanno finito per stravolgere il senso della comunità.
Una volta, non so fino a quanti anni fa, paese e comunità coincidevano. Ci si conosceva tutti, ci si dava una mano in caso di bisogno (oggi si chiama solidarietà), c’erano alcuni che per il ruolo che ricoprivano (il bidello, la maestra, il lattaio…) assurgevano a personaggi tipici; lo erano pure altre persone per motivi meno nobili o che spiccavano per la loro originalità.
Il giorno della festa era molto diverso pure dalle altre domeniche e lo si attendeva, sullo stile della donzella del Leopardi. Era l’occasione per ritrovarsi tutti insieme a tavola invitando anche parenti trasferitisi altrove. C’era pure il dolce tipico che caratterizzava la festa perché solo in quell’occasione lo si cucinava. Sì, c’era proprio un clima di festa per tutti.
Oggi non è più così, da noi come in tanti altri Comuni non solo lombardi. Il paese si è ingrandito, molti han qui la residenza ma non le radici, non ci si conosce e, spesso, nemmeno ci si saluta per la strada e soprattutto è sfumata la “passione” per il proprio paese, più di adozione che non di nascita. Per cui anche la festa non è più quella di una volta: il gruppo degli Amici del Cortile si impegna a continuare la tradizione dei “nostri vecchi” aiutati in ciò dalla Coldiretti con l’esposizione degli animali. Di ciò vanno ringraziati. La parte dominante è però rappresentata dal luna park il cui fine è divertire e non certamente costruire una comunità-paese.
E la parrocchia? Nel contesto della festa del paese ci si riunisce come comunità attorno all’altare per la celebrazione eucaristica presieduta da un sacerdote che ricorda l’anniversario di ordinazione; lunedì mattina ringrazia Dio per il bene compiuto da coloro che nell’ultimo anno ci hanno lasciato e nella serata dello stesso giorno propone a tutti come modello di fede e di donna Maria di Nazareth con la processione per le vie del paese.
