La faccenda plagio, vero o presunto che sia, del vicesindaco Annamaria Garofalo si allarga e minaccia di tracimare nelle aule giudiziarie. Sì, perché Garofalo, sentendosi diffamata da Mario Comincini, autore del testo, il quale, a suo giudizio, la vicesindaco ha copiato intere pagine per riprodurle sul suo “GuideArt”, è passata alla controffensiva. Infatti gli ha notificato una diffida che Comincini l’ha interpretata come un’intimidazione per silenziarlo. Comincini in questa nota che ricevo e pubblico dà notizia di ciò che lui definisce intimidazione. Con riferimento al plagio letterario rilevabile nella “Storia Sedrianese” scritta dalla signora Annamaria Garofalo, vicicesindaca del comune di Sedriano, rispetto al volume da me curato dal titolo: “Sedriano. Dall’Unità d’Italia alla Liberazione”, per conto dell’amministrazione comunale di Sedriano (2012), desidero rendere noto all’opinione pubblica quanto segue. In data 27 novembre 2022, il quotidiano “Il Giorno” pubblicava le seguenti mie dichiarazioni: “Per provare quanto sostengo [il plagio letterario] basta confrontare il testo del libro edito dal Comune di Sedriano con le 11 ultime puntate della “Storia Sedrianese”, confronto però che la signora Garofalo ha reso impossibile a seguito della rimozione dei suoi testi dal sito Guide Art. Con questa manovra mi pare che la signora Garofalo abbia perso un’occasione unica per dimostrare che i suoi testi sono originali”. Queste affermazioni sono state giudicate dalla signora Garofalo “gravemente lesive” della sua reputazione, perché integrano gli estremi della diffamazione. Pertanto, tramite il suo avvocato, la signora Garofalo mi DIFFIDA (il maiuscolo è nella lettera) “dal reiterare la condotta contestata”, con riserva di tutela nelle sedi competenti sia civili che penali. Questa mossa di Garofalo mi sembra però neutralizzata dallo stesso sindaco Re perché, nell’articolo de “Il Giorno”, appena prima che io dichiari l’impossibilità di fare un confronto tra i due testi per capire se c’è plagio (e in ciò costerebbe in mio reato di diffamazione), è lo stesso sindaco Re a riconosce l’oggettiva esistenza del plagio stesso: “Se quello della Garofalo è un peccato, si tratta di un peccato veniale, non fatto in cattiva fede e soprattutto senza lucro”. E così su “Settegiorni “del 25 novembre: “Lei aveva utilizzato quei passaggi del libro perché appassionata, non certo per lucro. Semplicemente non ha pensato di citare l’autore, non lo ha fatto con intenzione si approfittarsene. Ha pubblicato dei brani senza ritorno lucrativo, dimenticandosi di citare l’autore”. Nelle sedi opportune dimostrerò che le attenuanti invocate dal sindaco Re, cioè la buona fede e la mancanza di lucro, sono non soltanto smentibili in punto di fatto ma anche irrilevanti in punto di diritto. Quindi, dopo le dichiarazioni del sindaco, si potrebbe ora discutere sulla qualificazione del fatto, ma non sul fatto. Quando feci la dichiarazione giudicata diffamante – cioè: “peccato non poter confrontare i due testi”- non sapevo che fosse già superata dalle dichiarazioni del sindaco e che fosse quindi diventato superfluo confrontare i due testi. Siccome però, a parere di Garofalo, resta comunque una dichiarazione diffamante, la sua diffida senza oggetto, per la carica pubblica da lei ricoperta, viene da me sentita come una preoccupante forma di intimidazione che sottopongo alla valutazione dell’opinione pubblica, alla quale finora, dopo tre mesi, la stessa signora Garofalo, pur così sempre presente nei canali d’informazione, non ha mai ritenuto di dover rendere conto del proprio operato nella specifica vicenda.
