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Non solo a Milano i grattacieli spuntano come funghi, anche Settimo Milanese non è a meno nelle discutibili scelte urbanistiche. Il palazzone di via Libertà è un emblematico esempio. Se la politica è assente, Alfredo Di Lisa, dirigente del Nuovo PSI, artigiano della politica come si definisce, risponde presente. Infatti prende posizione. 

Mentre a Milano i grattacieli crescono come ortiche nel deserto, proiettando ombre fredde su una città sempre più ostile ai suoi cittadini, anche Settimo Milanese sembra voler copiare il peggio del cosiddetto “Modello Milano”. Il nuovo palazzone di via Libertà – una muraglia di cemento che incombe su un quartiere popolare – ne è il simbolo.

Dicono che “Milano guarda avanti”, ma mi domando: avanti verso cosa? Verso una città dove l’estetica del profitto ha preso il posto della bellezza dell’incontro umano? Dove si costruisce per vendere e non per abitare, dove si progetta per rendere, non per vivere?

Il socialismo riformista in cui credo – quello che da Milano partì con Bettino Craxi e che metteva l’uomo al centro, non il cemento – oggi si ribella.

Perché costruire non è solo innalzare piani, ma generare comunità. E invece a Settimo, in via Libertà, stanno tirando su un palazzo che cancellerà il cielo a decine di famiglie, soffocherà la vivibilità di un quartiere intero e distruggerà il tessuto urbano senza portare alcun vantaggio pubblico.

E non è un caso isolato. Il cosiddetto progetto “Settimo Borgo – ex Ferretti” ne è un altro esempio. Una gigantesca colata di cemento, tante case per pochi servizi ma tanto traffico, con una viabilità già oggi al collasso e nessuna visione d’insieme.
Uno scimmiottamento maldestro del “modello Milano”, in una salsa da provincialotto con il complesso del capoluogo: si costruisce perché lo fanno a CityLife, si riempie perché fa moderno, si fa volumetria perché fa curriculum.

Ma non è questa la provincia che vogliamo.

Mi scrivono in tanti, anche ex compagni socialisti, mamme con passeggini, anziani che hanno visto cambiare il volto di Settimo nel peggiore dei modi. Tutti esasperati da un’urbanistica che somiglia più a un assalto che a una visione.

E allora lo dico chiaro: non siamo contro il futuro, ma contro un futuro disumano. Non siamo contro il cambiamento, ma contro un cambiamento imposto senza ascolto. Non siamo contro l’edilizia, ma contro l’edilizia che non costruisce comunità.

Come ha detto l’arcivescovo Delpini – con parole che mi trovano pienamente d’accordo – “il Modello Milano funziona solo se è solidale, aperto e inclusivo”. Oggi, a Settimo Milanese, quel modello è diventato una caricatura: esclusivo, aggressivo e chiuso.

Serve un nuovo piano urbanistico comunale, non ispirato dalle logiche speculative, ma da un’idea forte di città: vivibile, sostenibile, umana.
Serve una nuova classe dirigente che non guardi le mappe catastali con gli occhi dei costruttori, ma con quelli delle famiglie che vivono quei quartieri.

L’urbanistica senza umanità è la tomba della politica. E la politica senz’anima è solo amministrazione fredda.

Chi ha un cuore socialista non può restare in silenzio.

 

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