Lunedì 19 prossimo si discuterà in consiglio comunale la mozione sulla revoche delle deleghe alla vicesindaca Annamaria Garofalo per i plagi, che ormai, stando alle segnalazioni pubbliche dello storico Mario Comincini, sono ben quattro. Troppi per liquidare la vicenda in calcio d’angolo per usare una metafora calcistica con la scusa che non c’è stata né volontà né dolo verso alcuno. Ma così non è, perché nel libro del Comune è evidenziato chiaramente che «È vietata la riproduzione anche parziale, e con qualsiasi mezzo, di testi e immagini senza l’autorizzazione degli autori e dei proprietari». E questo non è avvenuto. Il risultato è che la vicenda si sarebbe potuta chiudere sul nascere, ma si è tirato talmente la corda da diventare un caso con possibili sanzioni. Una bruttissima pagina per l’istituzione locale, se si consideri che Garofalo, avendo la delega all’istruzione, non offrirebbe un esempio edificante agli alunni delle scuole a cui gli insegnanti raccomandano di produrre testi che siano frutto del loro sforzo creativo. Intanto da Comincini ricevo e pubblico questa nota con cui reputa opportuno commentare quanto è accaduto nell’ultima seduta consiliare. “Garofalo che si rifiuta di rimborsare le spese legali e il sindaco Re che si rifiuta di accertare la violazione del copyright riguardante le immagini e di chiedere a Garofalo la produzione delle prime 13 puntate della ‘Storia Sedrianese’. Inoltre va sottolineato che la mozione di revoca delle deleghe a Garofalo ha adesso un’argomentazione molto più pesante: non si tratta di un solo plagio ma di quattro. Quale contro-argomentazione potrà opporre il sindaco per ribadire che la propria fiducia nei confronti di Garofalo è incrollabile?”.
20° Capitolo della SEDRIANEIDE
Le spese legali: un’occasione persa per Garofalo. Nel Consiglio Comunale del 29 maggio scorso si è discussa la mozione presentata dai consiglieri di opposizione Celeste, Marazzini e Barini in merito all’ormai famoso plagio – ma ora si dovrebbe dire: plagi – della vicesindaca Garofalo, famoso non più soltanto a Sedriano visto il seguito che ha questa rubrica. Nella mozione si chiedeva: A) che la stessa Garofalo riconoscesse anche le spese legali sostenute per far dichiarare formalmente l’esistenza del suo plagio a danno del Comune di cui è vicesindaca e B) che l’accertamento del plagio si estendesse anche alle fotografie che Garofalo ha ‘prelevato’ dal libro del Comune e utilizzato per illustrare la sua “Storia Sedrianese”.
Sul primo punto il sindaco Re si è attenuto alla forma, asserendo che le spese seguono la soccombenza solo in giudizio e che non c’è titolo invece per chiederle in sede stragiudiziale. È ovviamente vero, ma non si era chiesto espressamente che il Comune intentasse una causa in proposito, proprio perché sfornito di titolo (mentre lo ha per una causa di plagio ma non intende usarlo). Si era chiesto infatti che il Comune invitasse Garofalo a versare quella somma (4.377,36 euro), perché tacitamente dichiaratasi soccombente in senso sostanziale avendo pagato il danno, oltre che per essere stata dichiarata autrice di plagio. Si trattava di dirle, più o meno: «Non ti abbiamo fatto causa, scegliendo l’opzione del parere pro veritate, perché è assimilabile a una soluzione transattiva e quindi più favorevole anche per te. Se ti avessimo fatto causa saresti stata condannata alle spese ma soprattutto, ancor prima, ti saresti trovata in conflitto d’interessi col Comune, con le conseguenze immaginabili in tema di incompatibilità. Vuoi fare un gesto di buona volontà e di distensione? Non ha più senso sostenere che non vuoi pagare le spese perché sarebbe come riconoscere la colpa, dal momento che il parere pro veritate ormai parla chiaro».
Invece si è fatto ricorso al formalismo più rigido: non c’è titolo per chiedere le spese. Ma una richiesta si poteva avanzare a Garofalo e dalla sua risposta si sarebbe potuto fare qualche considerazione, anche rispetto a quanto la vicesindaca tiene al decoro della carica istituzionale ricoperta. Quindi c’è solo la certezza che da Garofalo non è venuta un’offerta spontanea anche solo di contributo alle spese, pur essendo state sostenute per causa sua e, nel senso sopra detto, anche a favore suo. «Avrei preferito un mea culpa iniziale e una sorta di atto di spontanea volontà nell’affrontare le spese legali sostenute dal Comune e magari un impegno a divulgare il libro», ha affermato la consigliera Ceccarelli, dando voce a un’opinione che, sentendo quel che si dice in giro, molti sedrianesi condividono, anche perché dettata in primo luogo dal buon senso. Il gesto avrebbe suscitato un sentimento collettivo di simpatia, forse anche di solidarietà, che in politica paga. Mentre chi sbaglia in politica e in divisa paga il doppio (copyright Matteo Salvini).
In questo frangente si è quindi avuta l’ennesima conferma che, per chiarire questa vicenda, il sindaco non chiede collaborazione alla vicesindaca, la quale a sua volta non la offre. Il sindaco non lo fa nelle sedi istituzionali né risulta per fatti concludenti, come si usa dire, che sia successo in altre sedi. Re non ha chiesto collaborazione a Garofalo per le spese e non l’ha chiesta neppure per il secondo punto della mozione e cioè l’uso illegittimo delle foto riprese dal libro del Comune.
Il plagio delle immagini, il mistero è ancora fitto. Che vicenda incomprensibile, questa. Nella perizia si afferma che non si è valutato il danno per uso di immagini semplicemente perché non se ne sono usate. Ma le immagini erano sui fogli dei testi delle puntate di Garofalo, impossibili da non vedere. «Avete voi le foto?», chiede il sindaco all’opposizione (!). Ne vengono fornite una decina, non contestabili perché si riconoscono le pagine del libro su cui sono pubblicate.
Ma non ha senso fare una perizia su 10 foto se quelle usate, per ammissione di Garofalo nelle sue puntate, risultano essere 70. E chi ha le mancanti? Garofalo, ovviamente. Che però non intende collaborare spontaneamente, anche se potrebbe così dimostrare l’infondatezza delle accuse contro di lei. Né il sindaco gliele chiede. Le va a chiedere all’opposizione che sta a dieci metri e non le chiede a Garofalo seduta vicino a lui.
La mozione sul punto viene respinta con la seguente motivazione: l’avvocato ha riferito che il diritto sulle foto cessa vent’anni dopo lo scatto e «trattandosi quindi – dichiara il sindaco – di foto che, per quello che ho visto io, sono tutte più risalenti, questa situazione sconsiglia di andare a fare una verifica su queste foto».
Quindi l’avvocato non ha visto le 70 foto e, spero di essere smentito, forse neppure le 10. È il sindaco che esprime un giudizio: «da quello che ho visto io». Esiste una corrispondenza d’ufficio tra sindaco e avvocato che argomenta il criterio con cui si è fatta quella valutazione, oppure si è andati a occhio? Pare cioè che, per come ha parlato il sindaco, sia stato lui a fare una valutazione limitandosi a un campione: se 10 sono così, saranno così anche le altre 60. Come se si facesse una perizia sull’autenticità di banconote o brillanti esaminandone 10 su 70, cioè appunto a campione. E viste 10, aggiunge il sindaco, non è il caso di affrontare le spese per un’altra costosa perizia, quando in realtà nell’incarico all’avvocato Sponzilli, dopo la precisazione che dovrà verificare l’eventuale lesione dei diritti d’autore che sappiamo, quindi assicurando un servizio di assistenza legale relativo alla disamina della documentazione agli atti del Comune, si legge che egli «si impegna a fornire, senza alcuna spesa aggiuntiva, pareri sia scritti che orali su come il Comune deve comportarsi in sede giudiziale e stragiudiziale». Non è una clausola applicabile al nostro caso?
Comunque la conclusione è che si omette di accertare il plagio anche delle immagini, pur sapendo che potrebbe aggravare il danno subìto dal Comune ma non risarcito (oltre ad aggravare la posizione di Garofalo).
Ma anche sul giudizio dato per le 10 foto ci sarebbe da obiettare. Il diritto ventennale sulle foto è uno degli aspetti di una più ampia realtà. Si provi a pubblicare su un libro dieci foto di Alinari, risalenti a oltre un secolo fa, senza autorizzazione e senza indicare “Foto Alinari, Firenze”. Oppure si provi a leggere in rete la procedura per avere da Alinari la concessione di riprodurre una loro foto ben più che ventennale. In casi del genere – ne so qualcosa – non solo devi essere autorizzato ma devi anche pagare i diritti di riproduzione e indicare la provenienza nei termini che vengono imposti, con espressa menzione del divieto di riproduzione.
Nel libro del Comune c’è scritto: «È vietata la riproduzione anche parziale, e con qualsiasi mezzo, di testi e immagini senza l’autorizzazione degli autori e dei proprietari». La cessione dei diritti di riproduzione c’è nel contratto editoriale, poi magari si finisce per discuterci sopra ma quelle foto non sono quindi di nessuno o di tutti, mentre Garofalo, a parere del sindaco, sembra che possa farne ciò che crede e senza chiedere autorizzazioni ma neppure sente il dovere di indicare con precisione i cosiddetti crediti, cioè il proprietario delle foto: si sente in dovere, invece, di precisare che alcune foto “sono state scaricate dal web”, che è come dire tutto e niente (a proposito della buona fede). E non si rende conto, il sindaco, che così facendo non si pone il problema se non sia il caso di tutelare un diritto che il Comune ha acquisito per contratto e per legge. Comunque, prima di arrivare a discutere di queste cose, bisognerebbe che il sindaco si ricredesse di poter valutare la condizione giuridica di 70 foto vedendone 10.
Il plagio dei testi, il mistero è ancora fitto. Infine il sindaco ha fatto ricorso al rigore formale anche per non rispondere alla richiesta di chiarimenti, avanzata dalla consigliera Marazzini, in merito alle 13 puntate mancanti della “Storia Sedrianese”. L’argomento non era nella mozione ma neppure era vietato parlarne. Il sindaco, anche per cortesia istituzionale che si traduce in rispetto dell’opposizione, avrebbe potuto dare una risposta interlocutoria, invece ha preferito ingessare gli argomenti di dibattito all’interno dello schema della mozione. Ma si può andare anche oltre: neanche dovrebbe essere necessario chiedergli delle 13 puntate mancanti, avrebbe già dovuto pensarci lui a procurarsele, perché a lui spetta accertare – visto il parere pro veritate – se vi sia anche lì la violazione del copyright del Comune affidato alla sua tutela di capo dell’amministrazione, ma… avrebbe dovuto chiedere la collaborazione di Garofalo, che finora non c’è stata.
In tutta questa vicenda Garofalo ha fatto solo Garofalo e non anche la vicesindaca, ha sempre cercato di giustificare sé stessa con gli interventi “per fatto personale” ma venendo purtroppo smentita dal parere pro veritate e invece non ha mai dato prova di voler concretamente fare la vicesindaca collaborando col sindaco nella ricerca della verità a proposito del plagio da lei commesso. È vero che sembra un paradosso questa duplice posizione in cui è venuta a trovarsi, ma è lei che come Garofalo ha commesso il plagio ed è sempre lei che come vicesindaca ha il dovere di coadiuvare l’amministrazione comunale nella tutela dei diritti pubblici.
Nel suo comportamento passivo è stata naturalmente favorita dal sindaco che non le ha mai chiesto nulla in proposito. Nel caso specifico, ad esempio, era naturale che il sindaco dicesse a Garofalo, magari pubblicamente per essere trasparente: «Hai scritto di aver redatto 13 puntate prima di quelle che Comincini e l’opposizione mi hanno messo a disposizione e io ho necessità di farle esaminare insieme alle altre 12, visto che anche l’avvocato Sponzilli segnala l’esistenza di 25 puntate e che per 12 il plagio è stato rilevato. Altrimenti che perizia è. Perdiamo tempo e sprechiamo denaro. È mio dovere, ma anche tuo, fare tutto il possibile per difendere un diritto del Comune».
Purtroppo, invece, anche per i testi dobbiamo accontentarci di una perizia a campione, dal momento che la valutazione di plagio rispetto alla “Storia Sedrianese” è parziale perché più della metà dei testi nessuno l’ha ancora vista. Una domanda viene di conseguenza: se non si fa tutto il possibile per arrivare alla determinazione del danno causato dalla Garofalo – e tutto il possibile consiste semplicemente nel chiedere testi e foto mancanti proprio alla Garofalo – non è che questa omissione, inspiegabile e ingiustificabile, si può tradurre in un danno al Comune?
“Littera occidit”. Dopo la scoperta del plagio riguardante il libro di Olivares, il sindaco si trova a gestire due plagi che violano altrettanti copyright del suo Comune. E sono due casi identici: in entrambi c’è un libro di storia locale, c’è un diritto patrimoniale d’autore che spetta al Comune e c’è una persona che abusivamente mette in rete una parte di quei testi facendoli passare per propri e non ritiene di rimuoverli nel momento in cui diventa vicesindaco, prolungando così l’illecito di un anno, ma neppure nel momento in cui le si notifica l’illecito (sempre a proposito di buona fede) e anzi sostiene che l’illecito non c’è. L’unica differenza è il nome degli autori.
Nel primo caso il sindaco, nonostante i solleciti ad agire per tutelare il copyright del Comune, è rimasto inattivo fino all’intervento della Prefettura, per rispondere alla quale ha chiesto un parere pro veritate che ha confermato il plagio. Ma il sindaco non ha ritenuto, come pubblico ufficiale, né prima né dopo il parere pro veritate, di segnalare il possibile illecito penale alla Procura della Repubblica, la quale peraltro, investita della vicenda ma non dal Comune, non ha archiviato il caso avendovi rilevato, viene da credere, possibili estremi di uno o più reati.
Il secondo caso è identico al primo, ma nel frattempo dovrebbe essere cambiata la posizione del sindaco a seguito dell’interessamento della Procura: non ritiene, essendo tenuto a coadiuvare l’amministrazione della giustizia per quanto di competenza, che la Procura debba valutare i due casi congiuntamente e quindi di essere tenuto a presentare un esposto? Il possibile rilievo penale per il secondo caso è nei fatti, trattandosi di un episodio del tutto identico al primo. E poi che sia la Procura a decidere. Altrimenti significa che il sindaco ritiene il nuovo caso, benché identico al primo, non da Procura.
E ancora: se nel primo caso il parere pro veritate ha portato al risarcimento del danno, c’è coerenza se per il secondo caso tale risarcimento non viene chiesto? O si sbaglia adesso o si è sbagliato prima, non si possono usare due criteri diversi nel valutare due fattispecie identiche.
Infine: il primo plagio è stato giudicato dal sindaco come peccato veniale, che quindi non poteva compromettere la fiducia nei confronti della vicesindaca. Ora si è arrivati a quattro plagi, di cui due a danno del Comune. A che numero di plagi si deve arrivare, a parere del sindaco, affinché quella fiducia possa dirsi venuta meno?
Perché, attenzione: da quando è stata presentata la mozione con cui si chiedeva la revoca delle deleghe di Garofalo, i plagi sono passati da uno a quattro, due coinvolgono un copyright del Comune e gli altri due l’immagine della vicesindaca: un altro scenario che riqualifica la richiesta di revoca delle deleghe, richiesta che, quanto a motivazioni, adesso pesa molto di più. C’è da sperare, quindi, che gli argomenti per giustificare il mantenimento delle deleghe non risultino ‘modellati’ sul tenore letterale della mozione perché, diceva S. Paolo, “littera occidit”, cioè fermandosi alla lettera di un testo se ne uccide lo spirito, quindi mai chiudersi in difesa ricorrendo al tenore letterale.
