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L’architetto Ida Bonfiglio, cresciuta a Bareggio, anche se per ragioni professionali vive oggi altrove, si è portata dietro la visione della cartiera che sin da piccola l’ha stampata nella sua memoria. E proprio questo suo legame affettivo-culturale l’ha spinta a dare il suo contributo per rigenerare il contesto in cui sino a pochi giorni fa era davanti agli occhi di tutti. Ora non c’è più, le ruspe hanno fatto piazza pulita. Ma Bonfiglio non si è arresa al fatto compiuto.

E non esita a rinfacciare all’amministrazione Colombo l’assurdità di proclamare un gran giorno quello della demolizione quando invece è stato una giornata di lutto per la cancellazione della memoria.

“Oggi è un grande giorno per tutti coloro che hanno a cuore Bareggio”, con queste parole l’amministrazione di Bareggio ha annunciato l’avvio dei lavori di demolizione della ex cartiera. Sono quell’architetto residente da tempo in un’altra Regione, che è intervenuto più volte con la convinzione di portare idee e linfa vitale in un tessuto urbano-sociale ormai svuotato dalla speculazione più bieca. Ho deciso di portare visioni e idee per risanare la vecchia cartiera, perché la conoscevo bene e la amavo dai tempi dell’infanzia. Sono nata e cresciuta a Bareggio, poi la vita e la mia professione mi hanno portato in un’altra città, ma sono sempre rimasta legata a Bareggio. E grazie al cielo l’architetto non è chiuso nei confini del suo Ordine di appartenenza, altrimenti il suo orizzonte sarebbe veramente limitato. Faccio fatica a capire tutta questa enfasi che accompagna la distruzione della vecchia cartiera. E’ come vedere un anziano che invece di essere curato viene accoppato, una tristezza infinita.

Questi anni di discussioni attorno alla cartiera sono stati vissuti dall’amministrazione sempre con una dialettica da scontro bellico, una battaglia tra loro che volevano buttare giù e fare tutto nuovo e noi che volevamo invece mantenere gli edifici storici. Un’amministrazione aperta e trasparente che aveva veramente a cuore il bene di Bareggio invece di chiudersi a riccio nella propria visione avrebbe dovuto aprirsi al dialogo e al confronto con la cittadinanza, soprattutto con quella porzione che ha più volte espresso chiaramente un dissenso sul progetto di distruzione adottato dall’amministrazione.

Certamente un confronto e una discussione non avrebbero potuto che giovare al progetto, così come accade sempre nei grandi interventi strutturali e sociali. Anche ora che i muri stanno cadendo sono sempre più convinta che le palazzine del privato avrebbero potuto convivere con una porzione storica della vecchia filanda, che il tanto amato ‘caminone ‘avrebbe ridefinito e caratterizzato l’area, la Pplazzina Avis su via Madonna Pellegrina con la sua storica pesa avrebbe indicato l’ingresso in un’area con slarghi e spazi all’aperto immersi nel verde che diventava il cuore vecchio e nuovo del paese. Invece per il Comune è stato più facile abbattere, cancellare con un colpo di spugna, anziché preservare e integrare l’esistente.

Ma tra i due modi di elaborare un progetto esiste una sostanziale differenza che tutti noi cogliamo: ciò che viene distrutto è perduto per sempre. E questo per dare a Bareggio una piazza (come se non ce ne fosse già una, vasta, inutile e deserta), un cubotto anonimo (così è stato presentato l’edificio pubblico) utilizzabile non si sa per che cosa e altre palazzine-dormitorio: un’area fatta di cemento nuovo senza relazioni con l’intorno e che può stare lì come da qualsiasi altra parte. Fa strano che un’amministrazione che fonda il proprio pensiero politico sulla conservazione delle tradizioni non abbia saputo valorizzare uno dei pochi edifici rimasti a Bareggio a testimonianza del suo passato contadino, rurale e storico.

Mi rende stranita il fatto che Bareggio sia stata decorata di foto a rimembranza di come era il paese una volta e di contro l’amministrazione si è tanto accanita nella scelta di distruggere l’ultima parte storica di Bareggio al punto di non porsi neppure il dubbio di ascoltare quelle voci dissidenti che da subito, e anche ora, sono state indicate e giudicate un impedimento o un rallentamento alla realizzazione del suo progetto, passato alla cittadinanza come meraviglioso e insuperabile, il meglio per Bareggio. Insieme ai cittadini di Bareggio ho creduto fortemente in un altro progetto di recupero per l’area della cartiera e ho cercato fino alla fine di difendere quei vecchi muri carichi di storia per un motivo ben preciso: Bareggio è stata talmente devastata e violentata negli anni, a differenza dei paesi vicini non ha un centro storico riconoscibile e vivibile che lo possa identificare e caratterizzare sia per chi ci abita da sempre sia peri nuovi residenti.

E allora nei luoghi antichi dell’ex cartiera ho immaginato un centro civico nel cuore di Bareggio che potesse diventare quel centro storico che non c’è mai stato a Bareggio. I due progetti non erano i concorrenti di una gara e tanto meno una sfida. Erano due visioni, due modi di vedere la rigenerazione urbana del cuore di Bareggio. La cartiera è stata lì per decenni, nessuno ha mai fatto nulla e il degrado ha preso il sopravvento non perché non ci fosse interesse, anzi forse ce n’era troppo e non si arrivava mai ad un dunque. Sicuramente tutte le amministrazioni passate avevano capito il valore di questo luogo cuore del paese ma anche scomoda presenza.

Alcuni, come il vecchio sindaco Oldani, avevano intuito la sua potenzialità come cuore civico del paese e quindi spazio pubblico da riconvertire. Era solo difficile definire il percorso, troppo complicato il tema, troppi interessi da soddisfare. E ora che è arrivata l’ultima lettera della Soprintendenza, ecco partire in tutta fretta i lavori di demolizione per cancellare al più presto questo luogo: la cartiera non c’è più, abbiamo vinto la gara e voi fatevene una ragione. Sempre toni da scontro. Questa amministrazione ha avuto il merito, forse, di sbrogliare la matassa, ma il risultato è molto discutibile in quanto è il colpo di spugna alla memoria del luogo.

La Soprintendenza già nel marzo 2023, quando aveva messo il vincolo sull’edificio minore del bar Vecchia Cartiera aveva consegnato una lettera molto dettagliata in cui invitava il Comune a rivedere i propri piani urbanistici e salvaguardare alcune parti dell’ex cartiera. E ora ci piacerebbe leggere le ultime carte arrivate a inizio giugno dalla Soprintendenza per capire cosa c’è veramente scritto tra quelle righe, quali indicazioni vengono date.

Ed è per questo che chiedo al sindaco Linda Colombo e all’amministrazione che guida di rendere pubblica la comunicazione della Soprintendenza in nome di quella trasparenza che dice di avere, così che tutti noi possiamo leggere quelle carte.

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