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Il Partito democratico presenta il conto ai nuovi amministratori, che quand’erano all’opposizione gridavano a ogni piè sospinto “Degrado”, ma oggi quella parola l’è ritornata indietro come una frustata in pieno viso. Basta, dice, guardare il paese com’è  oggi ridotto per accorgersi che una cosa stare all’opposizione e un’altra in maggioranza a saper governare. E in questa nota che ricevo e pubblico spiega, dal suo punto di vista, lo stato dell’arte.

Due anni e mezzo di “degrado”. Poi si comincia ad amministrare. Per oltre due anni Vittuone è stata raccontata attraverso una parola ripetuta continuamente: degrado.Una fotografia dell’erba cresciuta? Degrado.

Un angolo da pulire? Degrado.

Una manutenzione in attesa di intervento? Degrado.

Non erano soltanto critiche alla nostra amministrazione. Era una precisa modalità di comunicazione: scegliere un’immagine, isolarla dal contesto e utilizzarla per costruire un giudizio generale sul paese e su chi lo amministrava.

È quello che nella comunicazione si chiama framing: non necessariamente inventare un fatto, ma scegliere la cornice attraverso la quale quel fatto deve essere interpretato.Il 30 aprile, in piena campagna elettorale, Elena Comerio pubblicava fotografie accompagnandole da parole inequivocabili: «Aree lasciate al degrado, manutenzione assente». E concludeva: «Noi non ci stiamo».

Era il punto di arrivo di una narrazione portata avanti per molto tempo: Vittuone era trascurata e bastava cambiare amministrazione perché tornasse finalmente bella, ordinata e curata.

Poi le elezioni sono finite.

E quando dalla campagna elettorale si passa alla responsabilità di amministrare, la realtà presenta il conto della propria complessità. Oggi la nuova amministrazione, parlando degli sfalci, ci spiega che occorre mantenere «un programma di interventi costante, adattandolo anche alle particolari condizioni climatiche di questa estate».

Esattamente.

Perché l’erba cresce. Perché pioggia e caldo ne accelerano la crescita. Perché gli interventi vengono programmati e non possono avvenire contemporaneamente in ogni strada, parco e giardino pubblico. Tutte cose vere oggi. E tutte cose vere anche prima del voto.

Ed è questa la questione politica che non intendiamo far finta di non vedere. Non perché vogliamo rispondere con lo stesso metodo. Potremmo fotografare ogni mattina un’aiuola non ancora sfalciata e scrivere “degrado”. Potremmo cercare la panchina sporca, il cestino pieno o il marciapiede con qualche erbaccia e trasformarli nel simbolo della nuova amministrazione.

Non lo faremo.

Perché abbiamo sempre saputo che una fotografia può essere vera e, nello stesso tempo, raccontare solo una parte della verità. E poi ci sono i comportamenti Le fotografie pubblicate in questi giorni da alcuni cittadini mostrano un’altra faccia del problema. Piazza Rossa e piazza Don Sironi sono state trovate con cartoni della pizza, bottiglie, bicchieri, mozziconi e rifiuti abbandonati. Vengono segnalati rumori fino a tarda notte e persino episodi di accensione di piccoli fuochi.

Anche questo è “degrado”? Certamente è una situazione che richiede attenzione. Il Comune deve intervenire con pulizia, controlli e presenza sul territorio. Ma sarebbe intellettualmente disonesto attribuire automaticamente all’amministrazione comunale il cartone della pizza che qualcuno decide di lasciare su una panchina.

Ed è proprio qui che emerge il limite del racconto costruito negli anni passati.

Non tutto ciò che troviamo in una fotografia è solo responsabilità di chi amministra. Esistono responsabilità pubbliche ed esistono responsabilità individuali. Un’amministrazione deve pulire, programmare, controllare e intervenire. Ma nessun Comune può mettere un agente accanto a ogni panchina o un operatore ecologico dietro ogni persona che mangia una pizza. E non serve nemmeno criminalizzare i giovani. I ragazzi devono poter vivere le piazze, incontrarsi e stare insieme. Ma vivere uno spazio pubblico significa anche rispettarlo e rispettare chi abita vicino.

Il problema non era la critica. Era la cornice.

La critica politica è indispensabile in una democrazia. Noi stessi continueremo a esercitarla nei confronti della nuova amministrazione. Ma c’è una differenza tra controllare chi governa e costruire per mesi o anni una rappresentazione nella quale ogni singolo problema diventa la prova che un intero paese è abbandonato.

Per due anni e mezzo quella cornice ha funzionato.

Fotografia dopo fotografia, post dopo post, si è cercato di sedimentare un’idea semplice: Vittuone è nel degrado perché chi la amministra non se ne prende cura. Oggi chi ha utilizzato quella narrazione deve confrontarsi con la stessa realtà che prima fotografava dall’esterno. E scopre che esistono il clima, la programmazione degli interventi, le priorità, le risorse disponibili. Scopre persino che esistono comportamenti incivili dei singoli che un’amministrazione deve contrastare, ma che non può impedire in ogni momento.

Non chiediamo che venga riconosciuto che ieri fosse tutto perfetto. Non lo era. Chiediamo qualcosa di molto più semplice: che la stessa complessità utilizzata oggi per spiegare i problemi venga riconosciuta anche quando si giudica ciò che è stato fatto ieri. Perché si può vincere un’elezione attraverso una narrazione. Ma dal giorno dopo bisogna amministrare la realtà. E la realtà, prima o poi, rompe sempre la cornice.

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