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I consigli comunali sono diventati un cinema fuori programma e per di più gratuiti e spassosi. Sì, perché, come nella circostanza, sui documenti collegati alla vicenda del (presunto) plagio del vicesindaco Annamaria Garofalo, le performance sono state ineguagliabili. La seduta andata in scena martedì 20 è stata surreale, poiché sulla scia dell’interrogazione dei consiglieri Massimiliana Marazzini, Donatella Barini e Alfredo Celeste per sapere per quale motivo “il sindaco ha occultato questi documenti, non rendendoli disponibili per il libero esame del consiglio comunale, impendendo allo stesso un giudizio più completo e più attento?”, la risposta -per usare un eufemismo- è stata disarmante. Sì, perché il sindaco Marco Re ha spiegato che non era tenuto a dare notizia che il Prefetto aveva chiesto chiarimenti sulla questione del (presunto) plagio, ma semmai dovevano essere i proponenti della mozione a corredarla della documentazione. Un’argomentazione che non si era mai sentita in un consiglio comunale essendo fuori luogo e impropria. Un ragionamento che non sta in piedi, ma tant’è, visto che, a suo giudizio, non è un obbligo informare pienamente i consiglieri, anche se si tratta di una questione su cui si devono esprimere. E sia, dunque. Ma che dire? La spia di una crescente difficoltà a gestire la delicata faccenda che è solo agli inizi. Eppoi se il Prefetto ha sollecitato spiegazioni è stato solo perché i tre consiglieri avevano presentato l’esposto e quindi a maggior ragione tutti i consiglieri dovevano essere bene informati per poter votare la mozione di revoca delle deleghe al vicesindaco (seduta del 30 novembre) secondo scienza e coscienza e non per spirito di gruppo e di appartenenza. Non è finita qui. Celeste nel suo intervento ha evocato che il capogruppo di maggioranza Alessandro Bariatti nella seduta del 30 novembre dichiarava che non “vi era nessun fondamento comprovato”, oggi, a suo dire, c’è la prova, ovvero la richiesta del Prefetto, che non si stava discutendo del nulla. Il che ha suscitato la reazione del capogruppo che ha chiesto di intervenire per fatto personale. Una volta che quest’ultimo ha esaurito il discorso, Celeste ha sollecitato la parola. Il presidente del consiglio Roberto Correnti gliela ha negata, Celeste gli ha spiegato che il regolamento prevede espressamente la replica. Si è aperta una diatriba, che è culminata nel controllo del regolamento in cui è emerso che la conoscenza di Correnti del documento è lacunosa e incerta, non avendo evidentemente dedicato tempo e studio per assimilarlo. Ed è stato costretto, suo malgrado, a dare la parola a Celeste. Non è il massimo per chi è custode delle regole dimostrare pubblicamente di non averle assimilate sino in fondo ed esporsi a così non edificanti figure e per di più dare prova di non essere imparziale.

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