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Un’emozione bellissima incontrare il Papa in udienza. L’ex sindaco Alfredo Celeste in occasione della riunione annuale,  in Roma, degli iscritti al “Centro Studi”. Rosario Livatino” per rendere omaggio alla memoria del “giudice ragazzino” (come lo definiva Cossiga) ha incontrato il 29 novembre scorso il Papa insieme ad altri iscritti all’associazione. La giunta Celeste nel 2011, ammirando la figura di Livatino, assassinato a soli 38 anni per le sue inchieste scomode e decisive contro il crimine organizzato, gli ha dedicato una delle nuove vie in zona Bennet. Successivamente Celeste si è iscritto all’associazione. Nella mattinata di venerdì 29 scorso si è svolta l’udienza, mentre nel pomeriggio nella sala Koch del Senato si è tenuto il convegno intitolato “Magistratura in crisi: Percorsi per ritrovare la giustizia” (https://www.centrostudilivatino.it/ricondurre-le-scelte-giuridiche-piu-difficili-al-tema-cruciale-del-rispetto-dei-valori-della-giustizia/.
Relatori di grande livello giuridico fra i quali l’ex senatore, attuale giudice di Cassazione, Alfredo Mantovano, vicepresidente del Centro Studi. Celeste, che vi ha partecipato, ha consegnato a Mantovani una lettera sulla malagiustizia in cui, quand’era sindaco, n’è rimasto vittima. Ecco il testo:

Le voglio raccontare una storia di malagiustizia che metto a disposizione del “Centro Studi”, a cui sono particolarmente legato e perché ricevo sue comunicazioni culturali e giuridiche, e anche perché la giunta municipale, da me presieduta, nel 2011 ha dedicato una via del paese al giovanissimo e coraggioso magistrato.
Nel 2012 rivestendo la carica di sindaco del Comune di Sedriano (MI), circa 12.000 abitanti, e quella di vicecoordinatore vicario del P.D.L. di Milano e provincia, sono stato posto agli arresti domiciliari per un’accusa di corruzione “per aver promesso…”.
Dopo tre mesi, con la ritrovata libertà, sono ritornato al mio posto di Sindaco perché né io né alcuno dei miei consiglieri e assessori hanno rassegnato le dimissioni.
Questa ostentata e forte dimostrazione di innocenza e, di converso, di quanta fosse sproporzionata l’accusa, ci ha “recapitato” nuovec onseguenze che, senza alcun ritegno e onore da parte di organi dello Stato, hanno determinato pretestuosamente lo scioglimento del consiglio comunale per inesistenti e presunte infiltrazioni della criminalità organizzata, in spregio dell’arti 1 e 5 e 27 e 48 della Costituzione.
Inesistenti perché, semplicemente, né un dipendente comunale, né un funzionario, né il segretario comunale nonché direttore generale, hanno ricevuto avvisi di garanzia o subito apertura di provvedimenti disciplinari. Lo stesso dicasi per gli eletti consiglieri e assessori.
Nel febbraio del 2017, dopo cinque lunghi anni di sofferenza e umiliazioni, con una terribile gogna mediatica  giustizialista  e forcaiola, il sindaco, unico accusato, è stato assolto con formula piena “perché il fatto non sussiste”; la sentenza è divenuta definitiva  quasi subito, perché né la Procura  né la Procura generale l’hanno impugnata: e questo la dice lunga sulla reale consistenza delle motivazioni del capo di imputazione che, immediatamente, ha prodotto la privazione della libertà personale e poi della dignità e integrità di una persona e della sua famiglia e, per estensione, di una intera collettività.
Scrivo a Lei conoscendola per indirette comunicazioni e esternazioni pubbliche e di appartenenza partitica, sapendo la persona di coraggio e di valore. 
Come le dicevo in apertura ritenga il mio scritto, nonché la mia eventuale testimonianza diretta della mia atroce esperienza, a sua disposizione per gli usi che eventualmente riterrà utili e opportuni.
La ringrazio. Con stima.

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