L’inaspettata relazione critica dell’ex assessore Silvia Bona sull’apparato municipale ha tenuto banco nell’ultimo consiglio comunale. Qui di seguito le conclusioni che denunciano impietosamente i limiti e le resistenze al cambiamento dell’organizzazione burocratico-amministrativa del Comune.
L’organizzazione attuale è ancora rispondente ad un modello burocratico classico. Ma per definizione questo modello è funzionale a contesti stabili e a bassa complessità (numero ridotto di relazioni e processi lineari). Ora, come emerge sinteticamente dalla matrice Swot, il contesto nel quale l’organizzazione oggi vive e che è insieme un’opportunità e una minaccia è al contrario ad altissima complessità e fortemente instabile. Non si può pensare di rendere più efficiente il modello esistente: per quanti sforzi e migliorie non sarà mai adeguato, semplicemente perché non è adatto. Riorganizzare è necessariamente cambiare il modello, innovare.
1. Questo sposta immediatamente il focus dal piano operativo a quello progettuale: non siamo di fronte ad un problema tecnico, ma culturale. Si tratta pertanto di accettare la sfida del cambiamento che non solo è tutt’altro che semplice, perché richiede al disponibilità del sistema, ma è anche incerto nei suoi esiti. Non ci si può attende una programmazione lineare e un processo che se ben condotto faccia emergere nei temi stabiliti i risultati attesi. E’ necessario piuttosto entrare nel sistema, comprenderne le dinamiche, le resistenze, le leve possibili di sviluppo e introdurre piccole perturbazioni, osservando cosa accade, sperimentando modelli e avvicinarsi, in modo incrementale ad individuare la forma che calza maggiormente alle necessità. Ri-organizzare, in questo contesto è accettare di stare nella confusione, anche per un periodo lungo di tempo. I sistemi hanno i loro tempi e niente può essere realmente cambiato senza la loro disponibilità. Riorganizzare è accompagnare il sistema a realizzare un’autorganizzazione che gli consenta di interagire nel modo migliore con il suo contesto.
2. Ma allora, a che punto è il sistema? Nel processo di cambiamento il sistema attraversa 4 fasi: la stabilità, la resistenza, la confusione, l’innovazione. Il sistema-comune (e in parte il sistema-territorio) si trovano in una condizione di resistenza. Il contesto preme e mette in crisi la stabilità: quello che si fa non è più adeguato, i risultati ottenuti richiedono uno sforzo non commisurato, quello che ha sempre funzionato, non funziona più. In ogni momento, come da uno spaventoso vaso di Pandora emergono problemi, difetti, cose dimenticate da anni che la diga organizzativa non riesce più a contenere. Si cerca di reagire usando gli strumenti che si hanno, si cerca di migliorare quello che si è sempre fatto, si mettono pezze, correttivi, si richiudono le falle, sapendo che prima o poi, il problema si ripresenterà. Non si vuole cambiare: il modello che fino ad ora ha retto, non può essere sbagliato. C’è qualcosa che non va nelle persone, nelle relazioni, si è poco efficienti, le richieste sono troppe: è solo questo. Così prevalgono i personalismi: si cerca un colpevole o una causa, sempre altra. Ma il problema non sta nelle parti, ma nel tutto. Bisogna solo avere il coraggio di dirselo.
3. E allora qualcuno inizia a fare qualcosa di diverso. Qualcosa che esce dagli schemi, o meglio dalle prassi. Si affrontano i mostri usciti dal vaso, entrando nella storia e nelle pieghe dell’organizzazione, nei quali, ogni piccolo elemento è legato a un filo con altri, e altri ancora: ogni questione toccata rivela una serie di incoerenze, contraddizioni e nasconde delle trappole per la risposta alle domande che ci si è posti. Così si entra nel groviglio, dipanandolo e cercando, parallelamente, nuovi modi di agire e di gestire le relazioni. Bisogna sperimentare: tentare, cercare, sbagliare fino a arrivare ad una soluzione che sta in piedi. Ma solo passando per la confusione del labirinto. E’ faticoso, molto, ma non più del chiudere dighe.
4. Ma il sistema si difende e cerca di ingoiare il nuovo che avanza, di chiudere le strade del labirinto, di ricostruire gli argini: “si è sempre fatto così”, bisogna solo farlo meglio. E il meglio diventa davvero nemico del bene. Il cambiamento non piace a nessuno. Soprattutto mentre lo si costruisce. Perché i risultati spesso tardano a venire, sembrano troppo piccoli nascosti nella confusione. Ma l’impatto di ogni piccolo passo verso un nuovo modello, verso una nuova consapevolezza hanno un impatto straordinario. Si possono avere risultati senza impatto: vincere battaglie senza vincere la guerra. O perdere qualche volta, tornare indietro, e poi inaspettatamente scoprire che, nella trama delle relazioni, quell’agire ha prodotto un effetto, forse diverso da quello che ci si aspettava, ma che porta fuori dal modello verso una nuova cultura organizzativa.
