Il momento della difesa è arrivato per l’ex sindaco Alfredo Celeste, che è imputato per corruzione semplice davanti ai giudici dell’ottava sezione del Tribunale di Milano. Domani infatti l’avvocato Giorgio Bonamassa, suo difensore, prenderà la parola per svolgere per tutta la durata dell’udienza l’arringa che si prevede articolata in due sessioni. La difesa è incentrata a dimostrare che le accuse che hanno portato al coinvolgimento di Celeste -e per le quali il Pm Giuseppe D’Amico ha chiesto 3 anni e 6 mesi di condanna- sono costruite su argomentazioni suggestive per poter dare interpretazioni sui generis e avulse dal contesto in cui i fatti sono avvenuti al fine di avvalorare le contestazioni e comunque senza mai un riscontro concreto. Per esempio l’accusa che Celeste avesse fatto delle promesse a Costantino non tiene conto in alcuna maniera della normativa che impedisce agli amministratori di mettere il naso nelle gare d’appalto. Ma in ogni caso ci sarebbe voluto il concorso di un funzionario per materializzarsi, ma nessuna figura è stata coinvolta. Non solo. In un’intercettazione Costantino ha detto che per due anni successivi al 2009 non ha mai parlato con il sindaco. L’arringa mira dunque a dimostrare che il capo di imputazione per corruzione è talmente generico da non poter concretizzare la fattispecie prevista dal reato e proprio nella sua generalità. Proprio l’estrema genericità è l’appiglio del legale per evidenziare che il confronto fra i singoli episodi richiamati dal Pm nel capo di imputazione con gli accordi è molto difficile, anche perché non si è mai trovato un riscontro, un risultato di gara o altro ancora. In un simile scenario individuare il contenuto dell’accordo corruttivo diventa difficilissimo se non impossibile. Eppoi a smontare tutto il resto del castello accusatorio.