L’assoluzione piena e per di più perché “il fatto non sussiste” ha riabilitato completamente l’ex sindaco Alfredo Celeste dalla gogna mediatica e giudiziaria in cui sin troppo frettolosamente era stato cacciato. Una sentenza coraggiosa, come lui stesso l’ha definita, che ha smontato il teorema accusatorio e dimostrato che non aveva commesso nulla di illegale, che aveva assolto i suoi doveri d’ufficio onorevolmente e che infiltrazioni malavitose in municipio non c’erano mai state. A Celeste, ieri mattina, prima che i giudici si ritirassero in camera di consiglio, gli è stata data la possibilità di un’ultima difesa. Ecco le sue dichiarazioni spontanee.
Alle elementari e medie è capitato che dovessi fare a botte, con esiti spesso vincenti. Molti prepotenti scambiavano la mia magrezza fisica con una fragilità caratteriale, che non ho mai avuto. Al liceo classico, tra i pochissimi provenienti da una famiglia molto modesta, contestavo e lottavo contro gli altri studenti che paradossalmente, in maggioranza provenienti da famiglie agiate e ricche, in forma organizzata si atteggiavano a paladini della lotta contro la ricchezza e per l’eliminazione delle disuguaglianze e povertà.
Durante gli studi universitari mi sono trovato a confrontarmi con forme organizzate di violenza collettiva, sempre contestandole e contrastandole come potevo.
Sono diventato pubblico amministratore/sindaco negli anni Ottanta. E di nuovo ho rifiutato le scelte facili, e allora molto diffuse. Ho detto dei no, e li ho pagati cari. Ho dovuto dar fondo a tutto il mio coraggio per affrontare per sette anni la gogna processuale e mediatica foraggiata dai miei oppositori politici, prima che la terza sezione di questo Tribunale mi assolvesse infine da un’accusa assurda.
Io ho stretto i denti, tirato la cinghia (forse solo mia moglie e mia figlia potrebbero spiegarvi quanto) e mi sono di nuovo rimesso in gioco, sono ripartito da consigliere comunale all’opposizione, per vent’anni sempre primo degli eletti, forte di una stima e di un consenso tra i miei concittadini che non mi hanno mai abbandonato.
Ho avuto poi la presunzione di pensare nel 2009 che ci fossero le condizioni per un cambiamento, e che la mia integrità e i miei no sarebbero bastati a costruire un’amministrazione diversa.
Anche per questo quando alle 4.45 della mattina del 9 ottobre 2012, tra l’incredulità e lo sbigottimento, mi è stato notificato l’ordine di custodia cautelare ai domiciliari, ancora sotto choc per quello che mi stava capitando e che avrebbe inciso profondamente nella mia vita, al tenente Cargini, ufficiale dell’arma con grandi doti umane, ancor prima di leggere l’ordinanza, le prime cose che ho chiesto è se avessero controllato il mio conto corrente e cosa avrei detto ai ragazzi delle mie classi delle superiori.
Da quel momento, purtroppo, il circo mediatico ha sostituito il processo, la moralità ha sostituito la legalità e la gogna ha preso il posto della garanzia.
Ho scoperto dopo di essere accusato di aver fatto promesse mai realizzate e mai, comunque, proferite dalla mia persona, così come scritto anche nelle informative degli stessi carabinieri agli atti dell’accusa. Tuttavia, per essere completamente sicuro di non essere incappato, senza saperlo, in qualche incidente penalmente rilevante, ho seguito, compatibilmente con il mio lavoro, non interrotto grazie alla rinnovata fiducia della Curia milanese, quasi tutte le udienze e tutti gli interrogatori dei testi di questo processo e, lo dico senza né presunzione e con estrema umiltà , soprattutto nel momento in cui il maresciallo Scaramuzzino, responsabile delle indagini su Sedriano rispondeva alle richieste incalzanti della difesa, mi sono domandato: “ma cosa ci faccio qua, in quest’aula?”.
Invece sono qui davanti a voi a processo con un marchio che ancora mi fa tremare le mani, e che dovrò portare per sempre – ne sono consapevole – qualsiasi sia l’esito della vostra decisione.
Ed è per questo, concludendo, che mi permetto due brevissime citazioni che potrebbero ancor di più esprimere sommessamente oggi le mie convinzioni meglio di quanto possa farlo con le mie parole.
La prima dal libro di Carlo Nordio “Emergenza Giustizia ” del 1999 che dice: “Il processo penale è il momento finale di un’attività già compiuta. Serve ad affermare la maestà e l’imparzialità della legge anche quando smentisce chi ha operato in suo nome, e ne dichiara l’impotenza.
La seconda dal Vangelo, che è stato citato più volte dalla pubblica accusa nella sua requisitoria, e che anch’io qui riprendo ricordando a me stesso quanti sforzi e fatica ho usato tentando di conciliarlo con la mia azione di uomo pubblico
Romani 13, 1-2. “ Ciascuno stia sottomesso alle autorità costituite; poiché non c’è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio. Quindi chi si oppone all’autorità, si oppone all’ordine stabilito da Dio. E quelli che si oppongono si attireranno addosso la condanna”.
Grazie a tutti voi e in particolare all’avvocato Giorgio Bonamassa, uomo di grande valore e coraggio che non dimenticherò mai.