Tanti, troppi minori in questi ultimi tempi sono diventati protagonisti di tremendi eventi che fanno riflettere e di converso richiamare l’attenzione sul ruolo che svolgono gli oratori. E il parroco don Danilo Dorini non si è certo tirato indietro per proporre elementi di discussione al fine di stimolare la riflessione. Gli oratori – spiega – sono comunità vive per offrire un luogo accogliente ai ragazzi, adolescenti e giovani. Ma partiamo dai fatti.
Escort a 16 anni, scoperta una rete di prostituzione a Bari. Roma, tre ragazzini picchiano e rapinano un uomo al parco. Adolescente violentata da due amici coetanei. A Bologna un sedicenne accoltella un amico. Babygang spadroneggiano in tutte le città italiane e si affrontano a colpi di macete e altro. Fino ai tragici fatti di Terno d’Isola e Paderno Dugnano.
Non è un’emergenza improvvisa ma la stabilizzazione di un trascuramento in atto da anni. Ci siamo dentro tutti. Giovani immigrati di seconda generazione che non si riconoscono “italiani” come pure ragazzi/e di famiglie “perbene” che scelgono di vendersi per denaro, vestiti, gioielli oppure si danno alla violenza gratuita per “sfida”. Sfida al non senso, alla solitudine, seguendo modelli su TikTok che “con una pittata di unghie” o con l’esposizione di due bicipiti palestrati e quattro tatuaggi ti illudono di diventare qualcuno che conta.
Diciamocelo francamente: la sessualizzazione precoce non è sintomo di libertà, ma frutto di una ideologia che dal grido “il corpo è mio e lo gestisco io” è giunta alla pretesa di far diventare diritto ciò che è puro desiderio.
– luoghi d’incontro e di educazione: non basta ritrovarsi, stare insieme, bensì va fatto in modo sano, rispettoso e costruttivo
adulti e giovani “educatori”: maturi, solidi umanamente, pur coi loro limiti, che siano amici e punti di riferimento e non semplici “amiconi “ fragili, depressi in cerca del consenso dei ragazzi per colmare la mancanza di autostima e fiducia in se stessi
proposte affascinanti e coinvolgenti, di vita reale: stare insieme per giocare, discutere, studiare, ridere e confidarsi con l’apporto di altri adulti.
Altrettanto dicasi del grido “io mi faccio i …. miei”: quando ciò non è possibile l’altro diventa un nemico da eliminare in ogni modo (denigrazione, violenza sessuale fino all’assassinio).
Che fare – si domanda – per dare la possibilità di uscire dal vuoto esistenziale e dalla violenza?
Occorrono:
- un’educazione fondata sul rispetto della dignità dell’altro e sul senso della responsabilità. Dunque un’educazione all’affettività che parli di attesa, preparazione, maturità, rispetto e non sia solo fornire nomi di contraccettivi, modalità d’uso e pillole abortive. Senso di responsabilità: il che consiste nel saper dare una ragione alla proprie scelte, motivare il proprio comportamento e che non si accontenti del “basta che va bene a me, mi va di …, a te cosa importa?”
- La Chiesa, come comunità cristiana, da sempre ha avuto a cuore l’educazione dei giovani creando luoghi d’incontro anche in quartieri periferici e scalcagnati. Oggi l’oratorio non regge più il confronto con altri ambienti di aggregazione molto più attraenti. Ma… c’è sempre un ma, ossia la possibilità: se riuscissimo, tutti insieme, ad attuare le indicazioni di cui sopra, credo che ce la potremmo ancora giocare.
