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La ricorrenza del 2 novembre non poteva non essere tema di riflessione del parroco don Danilo Dorini, che ogni settimana regala le sue considerazioni alla comunità su temi che riguardano la vita di tutti. Eccole.
Innanzitutto camposanto e non semplice cimitero, ossia luogo dei morti o di coloro che ‘dormono il sonno della morte’. Campo-santo ossia ‘diverso’ dagli altri campi, reso diverso dalla presenza di coloro che ci hanno preceduto sia nella vita che nell’incontro con Dio ed, essendo ‘diverso’, esige uno stile diverso.
Mi spiego: sigaretta accesa, gelato in mano, urlare per parlare ad alta voce, fare footing (in Germania accade anche questo) e… anche cani al guinzaglio non sono consoni a questo ambiente-campo
Al campo-santo si va per pregare, riflettere sulla propria morte, portare un fiore sulla tomba dei propri cari e ringraziarli per il bene ricevuto; a tal fine è necessario uno stile ‘diverso’ dalla piazza o del mercato. Io, generalmente, mi reco al camposanto di venerdì pomeriggio, alle 15, dopo aver aperto la chiesa e al suono delle campane che richiamano il momento della morte di Gesù; giro tra le tombe dicendo il Rosario e ho notato:
  • in positivo: non vi sono sulle tombe frasi che rivelano una mancanza di fede, ma soprattutto di speranza ed esprimono un senso di fatalismo e di angoscia, cosa che ho rilevato in altri paesi;
  • in negativo: varie tombe non recano un segno religioso cristiano; o vi è inciso un fiore oppure solo i dati del defunto.
Su altre tombe è incisa l’immagine della Madonna, meno di Padre Pio e Papa Giovanni. Su molte campeggia la croce di Gesù se non un monumento funebre con la ‘pietà’.
Che dire? È la croce di Cristo che ci ha salvato, è Lui che ha vinto la morte e ci ha offerto la certa speranza dell’incontro con Dio oltre la soglia della morte; è Lui che, risorgendo, ci ha aperto il varco verso la risurrezione. Dunque, senza togliere nulla alla Madonna e ai santi, occorre essere consapevoli che il simbolo cristiano per eccellenza in un camposanto è la croce di Cristo, il vincitore della morte, non perché ce l’ha tolta ma perché l’ha rimessa al suo posto: essere la penultima parola sulla nostra vita.

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